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IL MIO
BACKUP !
E due! Di solito si conta all’avanti, ad indicare il raggiungimento di un
obiettivo. Il governo attuale sembra invece aver inaugurato una nuova tendenza
all’indietro, un “e due!” a significare la sparizione di un numero tre che
interessa milioni di italiani, la loro cultura, la crescita delle nuove
generazioni: manca la “I” dell’informatica nella nuova Gelmini. Fondi tagliati
per l’innovazione tecnologica delle aule, per i corsi, per gli insegnanti.
L’interesse del Ministero per l’istruzione su questo argomento sembra essere
stato facilmente sacrificato alle voci di bilancio, proprio in una delle tre
colonne portanti del programma elettorale del PDL.
Il bello è che il fatto avviene in concomitanza della uscita del
rapporto transeuropeo “Comparing
children’s online opportunities and risks across Europe: Cross-national
comparisons for EU Kids”. In sostanza in questo rapporto trapela la
noncuranza generale che lo stato e le stesse famiglie italiane pongono
nella educazione all’uso di internet nei confronti delle giovani
generazioni. Il computer, come la televisione, diviene un luogo di
posteggio della attenzione dei ragazzi, che invece che essere guidati
spalla a spalla alla scoperta del mezzo, sono abbandonati di fronte ad
esso con tutti i pericoli che questo può comportare, fino al rischio
mica tanto remoto di essere sessualmente adescati.
Il regalo di un amico che ha vissuto molto tempo a Shanghai mi fa conoscere un
libro (Loretta Napoleoni, “Economia canaglia”, Il Saggiatore) che vale la pena
di conservare nella propria libreria. E’ l’ultima fatica di Loretta Napoleoni,
una denuncia sullo stato dell’economia del nostro tempo, raccontata nei suoi
risolvi più torbidi. Il racconto spazia dalla caduta del muro di Berlino fino al
mondo virtuale dei giochi su internet e la finanza mondiale, passando attraverso
tutti gli argomenti che ritroviamo a macchia di leopardo nei telegiornali, nelle
conferenze, sui giornali, o che anche non troviamo affatto nell’informazione di
stato che ci caratterizza oggi.
Un’opera completa ma non riassuntiva, duecentocinquanta pagine (di cui
nove di sola bibliografia) di fatti, analisi, informazioni. Si resta
talvolta colpiti dalla differente interpretazione di fatti che, quando
analizzati con la competenza di chi conosce il funzionamento del “tutto”,
forniscono una chiave di lettura opposta rispetto a quella scontata e
superficiale, di primo pelo: ad esempio l’opera di Bono degli U2 sul
condono del debito pubblico di alcuni stati africani è stata un’arma a
doppio taglio e si è rivelata alla fine solo utile per rifinanziare
gruppi di potere e guerre locali, quando sarebbe stato molto più utile
ridurre i dazi di importazione dei prodotti “puliti” della loro economia,
innescando così un circolo virtuoso di scambio commerciale dall’Africa
verso l’Europa. Però in un sistema europeo basato sul sostegno di stato
all’agricoltura, tanto osteggiato dagli USA, questa operazione avrebbe
sconvolto i sottili equilibri dell’economia del vecchio continente, non
certo basata sull’etica. Oppure che dietro la scatoletta di tonno a
prezzo scontatissimo si cela il lavoro di pescatori di frodo cinesi che
lavorano con turni di tre anni a bordo di pescherecci fantasma che non
toccano mai terra e che sono lasciati affondare senza soccorso in caso
di naufragio. Con la candida Spagna dei diritti di tutti che alle isole
Canarie chiude un occhio per consentire l’immissione di questo pesce nei
mercati puliti della Unione Europea.
Per strada non può sfuggirmi il 112 giallo
sullo sfondo blu della bandiera europea, in mezzo alle sue stelline, è su una
ambulanza in sosta. Ma non era il 118 il
numero della emergenza? Parlo con il conducente, mi spiega che si certo si fa
confusione con il servizio dei Carabinieri, che però la colpa è tutta italiana.
Chissà perché ogni volta che c’è di mezzo l’Europa, l’Italia deve starne fuori.
Essì, perché il 112 che in Italia è gestito dal 1981 dall’Arma dei Carabinieri,
è anche dal 1992 il numero europeo per la richiesta di soccorso: dal 1992! Fin
qui saremmo anche abituati alla solita inadeguatezza di chi governa ignorando le
direttive UE, a parte che il 112 italiano non rispetta nemmeno gli standard
richiesti dalla norma e non lo fa da tanti anni, al punto che la UE ha deciso di
aprire formalmente una procedura di infrazione e forse salassarci con una bella
multa di quelle con tanto zeri.
La storia nasce già nel 1991, quando mentre il 112 in Italia era già
usato per un altro servizio, la UE decide di assegnarlo a livello
continentale al servizio di emergenza, con tutta una serie di
caratteristiche quali la disponibilità costante 24x365 e la
tracciabilità geografica del chiamante per agevolare i soccorsi, tra le
principali.
«La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno».
Certo la notizia non è affatto scontata, anzi forse il gran numero di persone
che nel mondo la pensano differentemente gioca per “l’altra” soluzione, ovvero
che ci sia, e pure pronto a lanciare un po’ di strali su questa umanità
perditempo. Comunque la notizia che gli atei intendono farsi sentire
dall’opinione pubblica, scandendo il proprio slogan che non esiste alcuna
divinità, martella i giornali da qualche giorno. Con tutto questo rullare di
tamburi da ogni parte, ormai pagare l'AMT potrebbe essere inutile, il messaggio
è già arrivato a destinazione e la discussione è stata scatenata. In fondo che
volete se ne faccia il Buon Dio di queste sciocchezze, quando se esistesse
sicuramente rivolgerebbe il suo sguardo importante e risolutivo allo
sfruttamento di uomini e animali in Cina, in Africa e nel resto del mondo
compresa casa nostra, alle discariche radioattive, agli asteroidi che sono in
rotta di collisione con la terra, all’erba che non c’è più e non produce più
l’ossigeno uccisa dai diserbanti industriali, eccetera eccetera.
Il messaggio proposto rispecchia lo stesso modo di pensare assolutistico
delle religioni monoteiste, ne assume il titolo di assoluta verità.
Invece che “Dio non esiste”, sarebbe stato forse meglio dire "Se io non
ci credo tu non mi mettere in croce come hai fatto col tuo Dio", oppure
"Io non taglio le mani a chi ruba, perché il ladro della verità potresti
essere proprio tu", oppure semplicemente “Un po’ di rispetto per me che
ne chiedi tanto per te”, “Lasciami la libertà di peccare secondo la tua
fede”, “Io voglio abortire, il peccato è mio e me lo gestisco io” in una
forma ereditata da un ben noto slogan femminista anni 70. Certo l'uomo
della strada si raggiunge più facilmente con il sarcasmo da palco
teatrale che non con lo sforzo di far veramente capire chi sono gli atei
e gli agnostici. A tal fine fornisco una pagina web che fornisce qualche
chiarimento storico (http://www.disf.org). In fondo l'ateismo è una
religione con i suoi dogmi , con la sola apposizione di un booleano
operatore NOT di fronte alla parola Dio.
Da Repubblica.it del
primo gennaio, "Lui non è degno di essere salvato, lasciano morire invalido in
agonia". L’articolo racconta una storia di ordinaria follia in una cittadina
della profonda campagna inglese, dove traditi da un cellulare due paramedici
hanno deciso di comune accordo di non assistere un invalido colpito da un
infarto perché a loro avviso non meritava di vivere. In se stessa, la notizia
non è che meriti un commento, semmai un po’ di pietà per il povero malcapitato e
qualche interrogativo sul problema della scelta dei ruoli lavorativi delle
persone nella nostra società, legata a fattori esclusivamente economici,
politici o legali e ormai non più etici.
Invece merita la lunga lista di commenti (clicca qui), dei quali
pubblico qui uno stralcio dei più significativi.
4 Marzo 2009
Italia - Un Paese scollegato
L’altro elemento terrificante è sulle pari opportunità: sembra che
l’accesso alla rete possa in qualche modo riequilibrare il differente
background culturale dei genitori. Infatti non è certo un segreto il
fatto che i figli di genitori con interessi culturali elevati e che
abbiamo potuto fruire di una buona scolarizzazione riescono di solito ad
ottenere risultati migliori a scuola. La democraticità del mezzo
internet sembra ripianare almeno in parte questa differenza di
opportunità tra gli studenti, ossia l’accesso alle informazioni non più
discriminato dalla presenza di qualcuno in grado di dargliele. Questo
decreto sembra lavorare proprio in direzione opposta.
Un ulteriore fattore discriminante per l’accesso alla rete è sicuramente
il costo del collegamento. Anni fa avevo proposto al vicepresidente
nazionale (nonché responsabile dell’informatica) di una primaria
associazione di amministratori di condominio l’idea della Adsl
condominiale. Oggi il condominio è soggetto fiscale, può rivendere
servizi ai propri inquilini (vedi ad esempio l’acqua o la televisione).
Una fibra ottica suddivisa tra 20 appartamenti porterebbe i costi di
internet ad essere paragonabili a quelli per l’accendino, però la legge
impedisce in Italia la diffusione di questa modalità per i ben noti
problemi di identificazione del navigante, come anche per Wi-Fi e Wi-Max
libere, come se il terrorista di turno o il pedofilo del piano di sopra
non sapessero aggirare questi problemi (vedi blog di David Orban -
www.davidorban.com/it). Dallo stesso blog risulta che la diffusione di
internet in Italia, unico caso in Europa, è scesa di parecchi punti
percentuali nell’ ultimo anno. D’altronde, in un paese dove
l’abbonamento alla TV di stato è obbligatorio anche solo possedendo una
linea Adsl, che altro ci potevamo aspettare? Chi ha un ufficio è
avvisato!
(Stefano De Pietro)
25 Febbraio 2009
Libri - Economia canaglia
Il libro è suddiviso in 12 capitoli: la prostituzione dell’Est Europa e
le nuove schiave, il problema della caduta del comunismo, la fine della
politica, il fattore Cina e lo squilibrio economico derivante, le
falsità dei regimi dittatoriali e dell’allarme terrorismo islamico, come
funziona il mercato internazionale oggi, il mondo virtuale in internet
con il suo bagaglio di nuovi pirati e problemi, il problema della pesca
di frodo che alimenta le nostre tavole, l’illusionismo come metodo di
comando, la mitologia dello stato mercato, la forza della
globalizzazione, il tribalismo economico con la sharia e il califfato
d’oro prossimo a venire.
L’autrice è italiana, vive a Londra, ed è tra i massimi esperti mondiali
di terrorismo e di economia internazionale, consulente delle principali
emittenti televisive e di molti giornali di varia nazionalità. Una buona
occasione per il lettore di cambiare la propria visione del mondo.
(Stefano De Pietro)
18 Febbraio 2009
Soccorso - L’emergenza dà i numeri
Mi imbatto anche in un sito di quelli istruttivi (http://www.118bimbi.it),
dove si vuole fornire un sistema per insegnare ai bambini a chiamare il
soccorso. Faccio la prova, alla fine di un cartoon dove il solito papà
pasticcione si martella la solita mano col solito martello, il bambino
viene invitato a chiamare il soccorso e gli si dà l’ok se chiama il 118.
E se invece chiamasse il 112? Beh, un Carabiniere con un bel sorriso lo
invita a richiamare il 118, perché il 112 è il numero dei Carabinieri!
Si fa netta differenza tra Carabinieri, Pompieri e assistenza medica,
per cui se il bambino prova a chiamare il 118 per un incendio lo
rimandano al 115, se chiama il 112 per una martellata viene rimandato al
118, e via così. Per concludere con un bambino molto piccolo che
pestando a caso i tasti del telefono finisce per chiamare il numero di
emergenza inutilmente: il messaggio stranamente punisce il bambino (“questo
è un numero di emergenza , non si fanno gli scherzi telefonici!”) invece
che il papà disattento che lascia in giro il telefono, speriamo che non
gli chiami un 144.
Alla fine del test l’immagine che se ne trae è quella di un grande
disordine, si ha la profonda percezione del sistema italiano. Senza
contare che si sta dando una informazione inesatta, infatti per legge
sia il 118 che il 112 sono entrambe numeri di emergenza, con un 118 che
andrà necessariamente a morire col tempo.
(Stefano De Pietro)
21 Gennaio 2009
Bus/2 - Atei, Agnostici e Aria Condizionata
Cerchiamo invece di vedere la cosa da un altro punto di vista, quello
dei passeggeri dell’autobus che tanto, essendo sopra, il messaggio non
lo leggerebbero più di tanto: se questi sono soldi che arrivano a far
funzionare i condizionatori, a riparare le porte, a cambiare le gomme da
ritiro della patente, speriamo in una serie di campagne da parte di
tutti, atei, cattolici, ebrei, induisti, islamici, buddisti: sarei
disposto ad inventarne una pur di viaggiare fresco la prossima estate.
Questa sì che sarebbe davvero una Buona Notizia.
(Stefano De Pietro)
14 Gennaio 2009
Unione europea - Italiani brava gente
Le evidenziature sono la mia chiave di lettura.
- “Gli inglesi sono
la rovina del mondo, hanno dato manforte al Piemonte per invadere il
pacifico Regno delle Due Sicilie, sono peggio dei tedeschi, sono gente da
evitare.”
- “Disgustoso! Solo l'ennesimo segnale dell'aberrazione di una società
malata e deviata contro la quale sono disposto a combattere, se
necessario, con l'uso
della forza. Vergogna per tutti!”
- “Fosse successo in Italia i due non sarebbero mai stati nemmeno
processati e probabilmente avrebbero continuato a fare il loro lavoro.”
- “Ho fatto il volontario del 118 per alcuni anni. Questa notizia mi ha
fatto venire i brividi, e ci rammenta come ancora resista una cultura nazista sommersa.”
- “Per fortuna che gli
Inglesi siano
universalmente riconosciuti più civili di noi
Italiani. Questo è un esempio eclatante. Non ci sono parole per
esprimere lo sdegno.”
- “Alla faccia dei paramedici
inglesi... ma questi, non solo dovevano fare i becchini, ma
sono dei parac.... E la PROCURA DELLA CORONA di Sua Maestà cosa deve
decidere a gennaio??? che tipo di corona fare a questo poveretto???
Scusatemi ma questo articolo è una barzelletta di fine anno???. se no
per gente del genere ben venga la ghigliottina.”
- “E’ tipico di una società liberale e progressista, ma poco incline
alla solidarietà verso i deboli”
- “C'è un imbarbarimento dei sentimenti e della coscienza che sgomenta.
Una caduta a picco dei valori del rispetto della vita, della dignità
umana, della pietas. In Inghilterra come in tante altre parti del mondo.
Almeno noi italiani cerchiamo
di invertire la tendenza, cerchiamo di rimanere italiani brava gente. Buon
2009 a tutti.”
- “Ovvero come volevasi dimostrare: l'eugenetica già
attiva in Inghilterra da anni ora si pratica anche sui vivi.
L'Inghilterra ha vinto l'ultima guerra mondiale sul piano militare, ma
sta assorbendo il meglio della cultura del'ex nemico.”
(Stefano De Pietro)
Da sempre mi sono chiesto come mai nel mondo del lavoro esistesse tanto interesse ad affermare la parità tra uomo e donna, al punto che oggi anche un semplice complimento, diciamo “galante”, in ufficio è in odore di denuncia, mentre dall’altra parte nessuno protesta quando all’ingresso delle discoteche la differenza di trattamento economico sia considerata normale e, anzi, sacrosanta.
Torto o ragione che possano avere i buttafuori dal punto di vista
puramente sociale e pratico nel caso di rimostranze in tal senso, dal 9
novembre 2007 questa ghettizzazione dei maschi a soggetti paganti
rispetto alle donne da far entrare gratis è da considerarsi un reato,
anche se davvero mal si adatta al sud dell’Europa.
Il D.Lgs n. 196/2007 che modifica ed estende il D.Lgs 198/2006 applica
il concetto di parità tra i sessi all’intera sfera sociale delle persone.
Il titolo parla già da solo: “Attuazione della direttiva 2004/113/CE che
attua il principio della parità di trattamento tra uomini e donne per
quanto riguarda l’accesso a beni e servizi e la loro fornitura” (sic!).
Tre anni per digerirla nel nostro Ordinamento, meglio di altre volte.
L’art. 55 bis, comma 1, definisce il concetto di discriminazione diretta,
quando una persona a causa del suo sesso è trattata meno favorevolmente
di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra persona in una
analoga situazione. Insomma in discoteca, codice alla mano, da oggi
anche i maschietti potranno entrare gratis o con lo sconto “lei”. Tra
l’altro l’onere della prova contraria, ovvero di non aver operato una
discriminazione, spetta al convenuto (art. 55-sexies), cioè alla
discoteca denunciata. E stop anche alle assicurazioni che volevano
applicare una differenza tariffaria anche in base al sesso.
La cosa si fa decisamente interessante pensando di applicare il decreto
ai siti web di incontri, dove di solito l’uomo paga e la donna no. Per
alcuni siti si parla di fatturati di non meno di 10 o 20 milioni di euro
mensili, basati sul concetto molto pratico che un uomo pagante sia per
lo meno un po’ filtrato, mentre una donna non pagherebbe mai per
iscriversi e farsi rincorrere da un maschio: almeno questa è l’usanza
dei paesi latini. Però la cultura, che in questo caso è decisamente
sfavorevole ai maschi, cozza contro il diritto comunitario. Due anni fa
posi il problema ad un sito di Roma: mi risposero che sapevano benissimo
di essere ai margini della legalità (diciamo pure fuori), ma che volendo
far funzionare le cose questo è l’unico sistema. E gli do ragione.
Insomma, se ci sono voluti tanti anni per far cambiare almeno un po’ la
testa ai maschi, ce ne vorranno forse altrettanti per far digerire al
gentil sesso che la parità deve essere reciproca. A meno che in un gesto
di grande romanticismo la corte europea non sancisca che i rapporti uomo/donna
(e i servizi commerciali ad essi dedicati, fatturati compresi) non fanno
parte del “dare a Cesare quel che è di Cesare”, ma di un nuovo principio
che potremmo definire “A Venere quel che è di Venere, ma a Marte senza
sconto”.
(Stefano De Pietro)
Ufficio delle Cartelle Esattoriali del Comune di Genova a San Benigno. La ricchezza dell’aspetto esteriore del “Matitone” cozza un pò con la povertà degli interni, abbandonati alle pulizie in outsourcing. Coda già alle 8 del mattino. Dopo più di un’ora di attesa entro e scopro che ci sono quattro impiegati per una coda di circa venti persone, mi faccio rapidamente i conti, diciamo cinque minuti per pratica, sono 12 pratiche all’ora, 48 per i quattro impiegati. Ma non è così. Perché?
Viene il mio turno e chiedo la stampa della cartella per controllarne i
dati. La stampa non arriva. L’impiegato chiede a un collega in piedi che
sta ricevendo un fax se la stampa è uscita. Ecco il motivo della coda,
la stampante
multifunzione: quattro impiegati, un solo apparecchio in rete
che fa da fax, fotocopiatrice e stampante. Va bene nelle case e negli
uffici dove si riceve un fax al giorno, ma qui siamo in un ufficio
pubblico, se si guastasse una sola rotella di questo singolo apparecchio
si fermerebbe tutto. L’impiegato spazientito borbotta al collega: ”così
non si può lavorare, se continuano ad arrivare così tanti fax stacco il
cavo del telefono”. Arriva la stampa, a 10 minuti dal mio ingresso e i
conti della coda finalmente quadrano. Nel frattempo ho chiesto al
funzionario di mostrarmi dove sta la data del documento, il cosiddetto
“avviso bonario” del comune, qualcuno lo ha definito invece come “avviso
mafioso”. C’è proprio scritto “occorre pagare entro 3 0 giorni dalla
data stampata sul retro del presente avviso”. Ma la data non c’è. Non
c’è nella busta, nella lettera e nemmeno nel secondo foglio con il
bollettino: il Postel non la appone. Un documento senza tempo, per
pagare una multa senza dati per la quale occorre perdere due ore per
saperne qualcosa, in un ufficio dove un dirigente senza testa ha messo
una stampante multifunzione che raddoppia, quando va bene, i tempi della
coda. In più hanno proprio ragione, ad aprile 2005 non ho comunicato il
nome per una violazione del Codice della strada: chi mi conosce sa che
per me era un periodaccio e il foglio è rimasto in un classificatore
dell’ufficio. Da 350 euro la somma è lievitata a oltre 700 in tre anni,
compaiono sovrattasse che sono poi interessi usurai con la mascherina
nera dei Bassotti. Costa quasi quanto il volo Malpensa – Cartagena de
Indias, diretto, andata e ritorno: mi prudono le mani come al buon
Terence Hill.
Nel foglio che mandano parlano anche di richieste di informazioni via
telefono (provate per credere, sempre occupato) e anche email, ma mi
dicono che rispondere così è farraginoso, che perdono più tempo (loro,
non noi), che è meglio andare allo sportello, sempre che non finisca il
toner alla multifunzione... A me esplode invece l’idea della email
certificata delle poste: farò la grande prova, la email
certificata ha valore legale, sarà divertente vedere come risponderà un
ufficio pubblico alle sue stessi leggi: chi viene con me?
(Stefano De Pietro)
Lunedì, giornata di sciopero nazionale (anzi, Sciopero Nazionale con le dovute riverenze). Un solo autobus che circola da Nervi al centro di Genova. Aspetto da parecchio, sotto il sole che la cabina AMT non riesce a schermare con il suo maledetto tetto di vetro, anche se la situazione termica non si discosta molto dallo stare dentro un mezzo senza aria condizionata e senza finestrini apribili. Mi riparo allora sotto le tende della vicina edicola e naturalmente come mia abitudine attacco discorso con la edicolante, una signora sulla sessantina, marchio di fabbrica ligure stampato in viso. Sciopero qui governo là, si cade sulla questione stranieri e scopro a due passi da casa mia una vera razzista. Era un po’ che non avevo a che fare con qualcuno che si dichiarasse “francamente razzista”. “Tutta questa gente io la vedo qui davanti, sono maleducati, vogliono dei diritti. Tu li assumi per 5 ore e quelli ti fanno la causa sindacale...”. “Lei assume per 5 o re? Davvero? No sa, perché avrei alcune amiche da segnalarle, che cercano per non perdere il permesso di soggiorno ...”. “Io?”, mi risponde, “in casa mia quella gente lì non entrerà mai. Si d’accordo, in mezzo al mucchio qualcuno bravo c’è sempre”, lo dice per appesantire la dose subito dopo, “ma il novanta per cento sono tutti o delinquenti o furbastri, li vedo io qui davanti”.
Resto senza parole, non è facile lasciarmi senza parole, chi mi conosce
lo sa. La lascio finire di sfogarsi, poi la invito a pensare che forse
non è proprio come pensa, che alla rovescia la maggior parte delle
persone lavorano, anzi in condizioni spesso di sfruttamento e fanno i
lavori che tanti, non dico tutti, gli italiani non vogliono più
accettare.
Qualche tempo fa un’amica colombiana che ha preso con l’intera famiglia
un’edicola in centro, mi ha confermato che i “latinos” in questo settore
stanno sostituendo gli italiani che non hanno più voglia di faticare
così tanto per i pochi soldi che una edicola riesce a portare a casa a
fine mese. A riprova, da me nella genovesissima Sturla, alcune edicole
gestiste da italiani sono in vendita da tempo, ma nessuno le rileva.
La cosa non sembra toccarla, è “francamente razzista” e non potrò più
farci nulla. L’autobus non arriva, sarà una giornata a piedi ottima
contro il mio diabete incipiente.
(Stefano De Pietro)
Il Decreto Interministeriale del 21 gennaio 2008 concernente le dimissioni volontarie me lo aveva fatto conoscere Irina, quando a fine aprile ha dovuto presentare le dimissioni volontarie attraverso un servizio informatico fornito, tra gli altri, dal sindacato, una procedura che metteva termine alla tradizione delle lettere di dimissioni già firmate prima ancora di essere assunti. Comunque la notizia pubblicata sul sito del Ministero del Lavoro è già obsoleta, in quanto dal 25 giugno 2008 la procedura di dimissione volontaria è stata riportata al passato, facendo tornare operative le lettere in mano ai datori di lavoro.
Un po’ oscurato dai grandi temi della sicurezza pubblica, dei processi
rimandati, dell’Italia che non ha passato il turno agli Europei, la
notizia esce in poche righe sullo stesso sito (http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/News/20080626_DimissioniVolontarie.htm),
un AVVISO IMPORTANTE, relativo al DL n. 112 del 25 giugno 2008 che
cancella l’articolo relativo del precedente decreto di gennaio che
chiamerei il Decreto Papa Giuliani, appena 4 mesi di vita, con costi per
i siti web autorizzati a svolgere il servizio e serviti a nulla. Amen.
Veramente significativa la mossa del governo che pur promettendo di
informatizzare qualsiasi cosa che riguardi la gestione della cosa
pubblica si lascia invece scappare questa cosettina che interessa
migliaia di italiani, facendola ripiombare nella carta più indegna.
Siamo solo a giugno, di solito le grandi imprese legislative che
cambiano l’Italia si svolgono ad agosto subito prima delle ferie in modo
che le stesse siano offuscate dalle vacanze estive o nel canonico 31
dicembre (per evitare qualche mega multa comunitaria per i ritardi
rispetto al resto dell’EU). Questa volta bisogna dare atto al governo
che sta cambiando la tradizione con un fervore a colpi di DL, DM e
ordinanze speciali, sistema sicuramente efficiente. Tanto visto quello
che succederà presto con la censura dell’informazione e il divieto di
indagine, che volete che sia essere licenziati senza preavviso quando il
lavoro manco si trova se hai il fidanzato (vedi Daphne, Oli 193).
(Stefano De Pietro)
Venerdì scorso all’Università di Genova si è svolta una conferenza sulle nuove leggi del governo Berlusconi IV su immigrazione e sicurezza pubblica organizzata dal Centro delle Culture di Genova. Presenti nell’aula M, affrescata in modo libero e gradevole, circa sessanta persone di ogni etnia. Dopo una brevissima introduzione della coordinatrice Patrizia Sassarelli, l’avvocato Alessandra Ballerini ha illustrato la “Bossi-Fini” e il Decreto Legge n.92/2008 pubblicato in Gazzetta Ufficiale a tempi di record il 26 maggio 2008, appena due giorni dopo l’approvazione, avvallato anche dal Presidente Napolitano. Ha letto inoltre alcune parti del Manifesto della Razza del 1938 per introdurre il nuovo decreto 92, che si rischia di veder rapidamente convertito in legge.
Il decreto contiene discriminazioni basate sulla condizione della
persona e non sul reato commesso, essendo previsto per i clandestini un
inasprimento della pena di un terzo rispetto ad un cittadino comunitario
o regolare. Decade quindi il Diritto di fronte al colore della pelle:
speriamo di non dover cambiare le targhe nei tribunali: “La legge è
uguale per tutti gli italiani”. Aggiunto anche il “reato di immigrazione
clandestina”, anche se come già è stato dimostrato non sarà di fatto
perseguibile in quanto basterà dichiarare di essere in Italia da prima
del maggio 2008 ma con il rischio di non poterlo dimostrare.
Il tutto condito con processi per direttissima che ingolferanno la già
ingente mole di lavoro dei tribunali, tenuto conto che poi il periodo di
detenzione nei CPT (oggi CIE - Centri di Identificazione ed Espulsione)
è stato aumentato da tre mesi ad un anno, che al costo di 75 euro a
persona per giorno dà una idea di quello che ci si aspetta di dover
sostenere con le nostre tasse.
Insomma è una mera ricerca di capri espiatori dei malumori della nostra
economia, ma soprattutto di braccia a basso costo da usare quando
servono, relegandole poi a fine impiego nei nuovi CIE. Ci sarà tanto
lavoro da fare in ambito di assistenza legale ai lavoratori stranieri in
Italia.
Sono previste anche pene molto pesanti, che vanno dall’arresto alla
confisca dell’appartamento, per chi concede una locazione a persone
senza permesso, causando il problema che con permessi della durata di un
solo anno e invece contratti di affitto della durata di 3 o 5 anni di
fatto si bloccherà il mercato immobiliare in questo settore, dove già è
difficile trovare casa da semplici stranieri, anche comunitari.
Un altro decreto del
Presidente del Consiglio istituisce per alcune regioni la figura del “commissario
anti nomadi” e dà carta bianca a Sindaci e Prefetti per la gestione del
problema migranti. Nella ricerca su Internet dei riferimenti citati, mi
sono imbattuto in altre leggi e circolari, sentenze del Consiglio di
Stato che smentiscono i TAR ed una serie di precisazioni che fanno
capire che sì, forse è di nuovo “tempo che gli Italiani si proclamino
francamente razzisti” (art. 7 del Manifesto della Razza, 1938).
(Stefano De Pietro)
Quello che mi affascina dei giovani è la semplicità con la quale riescono a
risolvere gli insormontabili problemi dei costi quotidiani arrangiandosi come
possibile. Camminando per Genova non si può fare a mano di vedere dei ragazzi
seduti sui gradini o appollaiati sopra monumenti, con PC acceso a navigare in
Internet, rubando per strada il segnale radio a qualche ufficio ignaro.
Gli apparecchi per la connessione via radio a Internet spesso sono privi di
qualsiasi protezione, che comunque anche quando è presente può essere superata
in pochi minuti. Si assiste così alla migrazione cittadina guidata dalla
necessità di navigare, si chiama wardriving ma lo definirei come “Sbafo-Fi”, che
in Italia è un reato penale.
Fa piacere vedere questi giovani ragazzi violare con tanta intelligenza
la legge sulle telecomunicazioni, che obbliga il detentore del
collegamento ad assumersi una responsabilità fin penale su una cosa che
non conosce, che nemmeno si immagina di non essere in grado di saper
gestire e che invece i cosiddetti esperti attuano così male con la piena
coscienza di esporre i propri clienti a rischi di indagine mica da
scherzare.
Il legislatore ha di solito poco a che fare con la tecnologia e le cose
nascono su basi giuridiche vecchie e sorrette da pilastri di sabbia.
Anche il buon Beppe Grillo ci casca e dice che puoi essere tracciato
dall’indirizzo IP, che è una specie di impronta digitale del pc su
Internet, cadendo nel tranello di confondere il mezzo con il suo
utilizzatore, un po’ come indicare l’assassino solo dalla marca delle
sigarette trovate sul luogo del delitto. Così la presunzione di reato
sul titolare della linea è un errore, quando si ha solo la certezza che
lo stesso sia stato compiuto con un certo computer, anzi spesso nemmeno
quella (visto appunto la condizione della sicurezza nella descritta
banda radio Wi-Fi). Se poi vogliamo parlare dei cablaggi, basta recarsi
nelle cantine per capire quanto sia facile collegarsi alla linea di una
innocente vecchietta, che diventa così ladra di quei film e di quella
musica targata da chi, in barba ad ogni buona regola di concorrenza,
detiene i l trust su produzione, distribuzione e supporti. Insomma una
certezza di reato a fronte di una incertezza della prova.
Sarebbe meglio smetterla con queste stupidaggini di voler cercare a
tutti i costi un Satana e liberalizzare tutto. Evitiamo che questi
giovani rischino anche solo in teoria di iniziare una carriera di
galeotti solo per aver cercato di avere in qualche modo quello che lo
stato dovrebbe regalare a tutti, l’accesso al mondo.
Invece abbiamo assistito alla privatizzazione di Wi-Max (la Internet
prossima futura) che è una rete che richiede investimenti ridicoli per
uno stato, ai tentativi di bloccare i blog, di imporre loro il direttore
responsabile iscritto all’albo dei giornalisti e altre posizioni sintomo
della dipendenza della nostra classe dirigente da interessi tutt’altro
che pubblici. Si salva Pordenone grazie ad un giovane eletto al
consiglio comunale: http://it.youtube.com/watch?v=zBTnkEnXTlc&NR=1.
(Stefano De Pietro)
Prosegue la storia di Irina (vedi OLI 129) che è tornata in Ucraina e poi
rientrata in Italia col visto per la famosa farsa dell’assunzione all’estero.
Dopo 10 mesi siamo alla fase “faccio venire qui mio figlio”.
La normativa in vigore parla chiaramente di avere “la disponibilità di un
reddito minimo annuo derivante da fonti lecite non inferiore all'importo annuo
dell'assegno sociale (5.061,60 euro) se si chiede il ricongiungimento di un solo
familiare”. Mi lascia un pò perplesso il “lecite” messo vicino a “fonti”, mi
piacerebbe conoscere quali sono le fonti illecite ai fini del reddito.
Su http://www.aduc.it/dyn/immigrazione/noti.php?id=202883 si
scopre che per il Senato della Repubblica quelle illecite sono “traffico di
stupefacenti e prostituzione, o
altro”! Meno male, Irina non fuma nemmeno... Anzi gioca al gratta e
vinci contribuendo al Pil e vince! Rientrerà nel reddito lecito? Comunque non mi
risulta che la prostituzione sia illecita in Italia, semmai lo è lo
sfruttamento.
E’ arrivata in Italia il 21 luglio 2007, ha trascorso il mese di agosto
a casa mia per ferie (ma non le sue, quelle dei vari uffici e del datore
di lavoro...) e ha iniziato a lavorare a settembre. Quindi il suo
reddito lecito è stato accumulato in 4 mesi facendo diversi lavori, in
tutto 3.500 euro circa più il “nero” di chi non ha voluto assumerla.
Rapportato ad un anno, sarebbero più dei 5.000 richiesti per portare qui
suo figlio. Sembrerebbe logico, no? 3.500/4x12=10.500, il doppio. Quindi
quando ha chiesto il ricongiungimento, è rimasta stupita che le abbiano
detto che non raggiunge il reddito minimo, nonostante un buon stipendio
e l’assunzione a tempo indeterminato.
La procedura non tiene conto del periodo di accumulo del reddito, solo
della cifra. Così chi avesse potuto lavorare da Gennaio per arrivare a
Dicembre con, che so, 5.062 euro di reddito, potrebbe portare qui suo
figlio con meno di 500 euro al mese di stipendio, ma lei che ne guadagna
di più, no. E’ evidente il fatto che nella redazione della norma non è
stato tenuto conto che mentre un italiano ai fini fiscali esiste da
gennaio a dicembre, un immigrato potrebbe, come Irina, iniziare i suoi
conteggi a metà anno.
Tra l’altro l’anno di reddito non viene nemmeno conteggiato rispetto
all’inizio della sua attività in Italia, ma sull’anno fiscale, quindi in
pratica le rubiamo d’ufficio 5 mesi di lavoro in più ai fini del
ricongiungimento. In più, un arrivo ad inizio 2009 comporterà per suo
figlio un cambio di lingua e di abitudini proprio in mezzo all’anno
scolastico, senza nemmeno uno o due mesi di tempo per annusare la nuova
aria.
E’ una persona mite, mi ha detto: “bisogna avere pazienza”. Mi sono
scusato con lei per come la stanno trattando le nostre istituzioni.
Spera adesso di non avere altre sorprese per le ferie in Ucraina, tra
visti, permessi in rinnovo e amenità burocratiche varie.
(Stefano De Pietro)
All’interno del Palazzo Reale a Milano è possibile ammirare una serie di statue di Canova che trovano il culmine nella famosissima Danzatrice, prestata dal museo di San Pietroburgo (http://www.scultura-italiana.com/Galleria/Canova%20Antonio/imagepages/image22.html). La statua è stata messa su una piattaforma girevole coniugando la necessità di tenerla vicina ad una parete con quella dei visitatori di ammirarla a tutto tondo. Penso sia questo il significato di una scultura, quello di uscire dalla bidimensionalità della tela dipinta o del muro affrescato offrendo una terza dimensione altrimenti solo immaginabile. Molti hanno cercato di trasportare questo concetto in pittura, dai quadri stereoscopici di Salvador Dalì alle più moderne opere dell’arte “da Biennale di Venezia”: così troviamo lattine ed altri oggetti incollati su tele dipinte per cercare in qual che modo di supplire alla mancanza di spazialità reale della pittura tradizionale.
Mentre guardavo questa bellissima mostra non ho potuto fare a meno di
sentirmi fieramente genovese spiegando alla mia compagna di viaggio che
a Genova si trova la “Maddalena pentita”, sempre di Canova, e che è una
statua di rara bellezza non tanto per la precisione tecnica che forse è
superiore in altre opere, ma e soprattutto per l’espressione di tutto il
corpo, che si può godere da qualsiasi parte la si guardi, fino alle dita
dei piedi, che sono così belle che viene voglia di massaggiarle come
fossero vere: ed essendo una persona in posizione inginocchiata, le dita
dei piedi si trovano dietro. Ecco, mi ritengo uno dei fortunati che
potrà dire di aver visto le dita dei piedi della Maddalena di Canova,
perché da oggi il nuovo allestimento l’ha chiusa in una nicchia ed è
possibile vederla solo di fronte.
Infatti durante la “pochissimo” pubblicizzata Notte dei Musei 2008
scopro che la statua, che si trovava al Museo di Sant’Agostino, è stata
spostata a Palazzo Bianco (o meglio nella sua dépendance a Tursi), al
termine di un percorso espositivo esclusivamente pittorico con poche
magnifiche esclusioni tra le quali la sala riservata ai tessuti e
l’immancabile Cannone di Paganini. In effetti la collocazione al Museo
di Sant’Agostino tendeva a tenere la bellissima opera al di fuori delle
rotte commerciali dei turisti che affollano Genova in estate e quindi
l’idea di base di spostarla in questa nuova collocazione è di per sé
ottima. Non basta però l’intenzione, questa gaffe del curatore del museo
non passerà inosservata a chi, spendendo il costo di un biglietto, si
troverà di fronte una statua godibile solo per il 25% della sua
bellezza: che ne dite di chiedere lo sconto del 75% all’ingresso?
(Stefano De Pietro)
Leggere “Preghiera per Cernobyl’” di Svetlana Aleksievic lascia sbigottiti (ISBN
88-7641-586-6). E’ l’atroce storia del dramma nucleare consumato nel 1986, con
le vere testimonianze di chi ancora vive in quella zona. Mai prima nella storia
dell’Umanità ci si era trovati di fronte a conseguenze dell’attività umana che
hanno prodotto e produrranno ancora per tanti anni problemi a livello
planetario. Della radioattività residua non si parla più, ma specialmente in
quelle zone i casi di tumore sono moltiplicati rispetto al passato. Oggi si
parla di una copertura di nuovo tipo che dal 2010 proteggerà il reattore per 100
anni ancora: costo 2 miliardi di dollari.
E’ un libro da leggere pronti a sentirsi colpiti nel profondo di fronte alla
sofferenza di chi vive ancora in quelle zone e non sa dove andare o
semplicemente non accetta che la propria terra sia diventata inagibile, in più
dimenticati da tutti.
Una per tutte è la storia di Ljudmila che inizia il libro, allora poco
più che ventenne e che vede il proprio compagno, vigile del fuoco,
trasformato in una sorgente radioattiva che nemmeno le infermiere
vogliono anche solo avvicinare: era stato tra i primi 20 o 30
intervenuti a spegnere l’incendio. Questa ragazza, con un amore suicida,
accudisce il suo uomo per 14 giorni fino a che egli muore di malattia da
radiazioni, pienamente nella media statistica. Lei stessa incinta perde
il figlio e assiste al dramma del prelievo di midollo osseo da una
ragazza molto giovane, parente del marito, effettuato nel vano tentativo
di salvarlo. Ma non basta riassumere, bisogna leggerlo.
Andrebbe diffuso adesso questo libro, adesso che si parla di nuovo di
nucleare. Si parla di centrali sicure, di tecnologia all’avanguardia. La
stessa solida certezza ingegneristica che non ha saputo prevedere che un
robot si sarebbe rotto quando fosse stato esposto a quei livelli di
radiazione, per cui le persone sono state usate coscientemente per il
lavoro mortale che andavano a compiere nel sotterrare il reattore e
salvare milioni di vite in tutto il mondo. Uomini-robot. Si parla di
10.000 morti immediati e centinaia di migliaia ammalati.
Per fortuna il buon Rubbia è ancora vivo e con la forza della propria
competenza scientifica, quella vera, ha già cominciato a spiegare che
non vale proprio la pena di costruire le centrali. Aggiungo, tanto meno
in un paese come questo dove la serietà è stata sacrificata alla
tarantella quando si parla di opere pubbliche e investimenti decennali e
che costringe un Premio Nobel come lui a migrare in Spagna in cerca di
fondi per fare il motore che ci porterà ai limiti del sistema solare.
“Ecoballe” ed “Ecofrottole” che girano per la penisola e carichi
radioattivi per l’APAT (l’organo tecnico del Ministero per l’Ambiente!)
che attraversano l’Italia in un camioncino inadatto. Ma non ci sono
stati morti, quindi a parte il solito spunto per il racconto da bar,
nessuna testa è saltata: qualcuno ancora crede che saremmo veramente in
grado di gestire una cosa così complessa come le centrali nucleari? (http://www.bur.it/sezioni/Foglietto_numero_0801.pdf,
pagina 2).
(Stefano De Pietro)
Leggo su Repubblica.it che
l'Agenzia delle Entrate ha pubblicato sul proprio sito i dati relativi alle
dichiarazioni fiscali degli italiani per l'anno 2005. Solo per poche ore però,
perché il Garante della Privacy ha chiesto all'Agenzia stessa di interrompere il
servizio, sono certo con grande soddisfazione degli webmaster che saranno
impazziti per l’eccesso di accessi: il che significa naturalmente anche il
blocco di altri servizi essenziali di un ministero, ma di questo nessuno ha
parlato.
Mezza Italia si indegna che siano pubblicati i redditi dichiarati perché non si
vuole far sapere quanto si guadagna. L'altra metà urla alla censura e incalza
che i dati sono pubblici e tali devono restare, anche su internet.
La legge impone di pubblicare tali dati in quanto sono appunto
"pubblici", fanno parte delle voci di bilancio (ciclo attivo) dello
stato, che siamo noi, quindi è come se fosse la nostra contabilità. Al
tempo stesso però ne consente anche un uso indiscriminato e in forma
anonima, il che è a mio avviso scorretto. Qualcuno ha parlato di mafia,
di rapimenti, aggiungo che quello che mi preoccupa veramente è l’uso
commerciale che ne può essere fatto.
Manca in questo sistema il principio di reciprocità: è obbligatorio
fornire i dati del proprio reddito per pagare le tasse, è corretto che
tali dati siano resi pubblici, sarebbe auspicabile che le persone che
consultano tali dati siano identificate e che la lista di chi ha letto
la mia dichiarazione mi sia trasmessa con un qualche metodo, almeno
saprò chi conosce la mia povertà. Un po’ di cortesia e di correttezza,
insomma, invece che tante norme inutili e facilmente aggirabili. I mezzi
per essere identificati su internet ci sono, non meno efficienti di
quelli classici e prima o poi qualche luminare nei nostri ministeri se
ne accorgerà.
Vorrei invece attirare l’attenzione su un problema che reputo ben più
grave: vi sembra possibile che io, per farmi cancellare dagli elenchi di
una azienda di telemarketing, debba spendere il costo di una
raccomandata AR? Vorrei strozzare il legislatore! Quante dovrei
mandarne? 100, 1000, 10.000 forse. Certe volte viene il dubbio che le
leggi siano fatte per far fatturare le poste, poi si torna sulla terra e
ci si ricorda che siamo in Italia, regno della teoria,
dell'improvvisazione, della disorganizzazione e delle operazioni di
facciata. E degli avvocati che ti fanno moduli con 8 firme per inviare
50 euro con Western Union, una per il contratto, una per le vessatorie,
una per la privacy, il tutto per 2 moduli, più la firma doppia per
l’importo. L’impiegato mi dice “metta una sola firma grande che prende i
tre spazi, così fa prima”: ho messo 8 “X” , provando il piacevole
brivido dell’analfabetismo.
(Stefano De Pietro)
Mentre leggo il giornale che riporta la notizia del portuale morto recentemente a Genova, mi trovo in taxi. C'è molto tumulto negli ambienti sindacali, c'è previsione di uno sciopero, anche i cartelloni del Comune sono usati per diffondere la notizia. E passando lentamente in taxi tra cantieri irregolari con rischio di caduta nelle fosse stradali, asfalti disconnessi che sono una trappola per le moto, sonnolenti multatori che appongono i loro fogliettini camminando in mezzo alla strada con l'immancabile spalla sollevata a sorreggere il telefonino in funzione, in mezzo a tutte quelle che non posso vedere dietro ai muri delle case, mi scappa lo sguardo al cruscotto del mio taxi, dove un grosso cartello plastificato campeggia proprio sopra l'air-bag lato passeggero, attaccato con il classico nastro adesivo. Lo so di essere anormale, ma penso a cosa potrebbe succedere ad un passeggero durante un urto, magari minimo ma frontale, ricevendo quel cartello in faccia spinto dall'air-bag.
"Dovrebbe spostare il cartello, lì è pericoloso se esplode l'airbag"
dico al tassista, interessatissimo ai miei discorsi sulla sicurezza, ma
il cartello resta lì insieme al pericolo che si porta dietro, si aspetta
che succeda. In buona compagnia comunque: quanti di noi percepiscono il
pericolo di camminare sotto la sopraelevata? Alcuni addirittura di
doverci lavorare, sotto a una strada non protetta da griglie ed esposta
alla follia (mica tanto improbabile) di un lancio di una bottiglia di
birra vuota da un'auto in corsa. Però, come per la maggior parte degli
infortuni e degli incidenti, l'importante è che il Magistrato di turno
sia in grado di inviare senza troppo indagare i suoi avvisi di garanzia
a Rspp (Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione) e Ad
(Amministratore Delegato). Poi si scoprirà che nessuno aveva vigilato,
che si lavorava così abitualmente, che non venivano usate le protezioni,
insomma le solite cose. L'insensibilità ad un cartel lo sul cruscotto
spinta ai massimi livelli aziendali: sarà proprio qualcuna delle persone
coinvolte in quest'ultima morte sul lavoro a prendere quel taxi
sedendosi davanti? Comunque invio la segnalazione alla Cooperativa
Radiotaxi.
(Stefano De Pietro)
Tra i vari manuali che le librerie propongono e che dovrebbero insegnarci a fare questo e quello, purtroppo non si trova questa bibbia delle procedure per vivere felici con un partner straniero: "Manuale di sopravvivenza burocratica per italiani con partner straniero", di Amedeo Intonti (http://www.tuttostranieri.it/Manuale-Amedeo.htm, attenzione è in ristampa). L'autore, dopo le vicissitudini che hanno reso assai difficile la sua storia con una donna straniera, ha cominciato a scrivere su un blog/forum (www.moldweb.it). Sulla base delle molte testimonianze raccolte ha quindi messo insieme questo manuale, un vademecum utilissimo per chi si dovesse mettere sulla strada minata di un matrimonio "misto".
Non ci sono molte parole per descrivere quello che avviene nei vari
Consolati Italiani in giro per il mondo, né tantomeno si possono trovare
parole per uno Stato che costringe i suoi cittadini a denunciare le
stesse istituzioni per far valere i suoi diritti, perché in effetti a
quanto si apprende si devono usare diffide legali anche solo per
presentare domande o per opporsi a inspiegabili risposte negative di
uffici che non conoscono le leggi e procedono "per sentito dire" o per "tradizione
tramandata". L'unica parola che viene in mente è "MALE!". Vale la pena
di scorrere rapidamente l'indice, che propone come già detto alcune
storie, elenco di leggi, di risorse web, modulistica e tanti tanti
consigli utili: Gli amori senza frontiere, Utilità, i Visti, Le
espulsioni; Ricorsi e revoche, Legalizzazioni e certificati, Il
matrimonio in Italia, Il matrimonio all'estero, Il permesso di soggiorno,
La carta di soggiorno, La cittadinanza italiana, La regolarizzazione
completa del partner, I parenti del partner straniero, Il ricorso alla
Corte europea, La modulistica, Bibliografia web, Indice normativo sul
web.
Un aneddoto che li vale tutti: stanco di essere respinto dai muri di
gomma degli uffici e dei consolati, un intraprendente italiano ha fatto
arrivare la sua ragazza moldava in Croazia, dove il visto per soggiorno
è semplice da ottenere. Quindi è andato in Croazia a prelevare la sua
amata, noleggiando una barca battente bandiera croata in modo che la
Guardia costiera italiana non potesse esercitare alcuna opposizione alla
presenza della ragazza a bordo. Tutto calcolato, è arrivato in Italia di
domenica, trasformando la traversata in una bellissima occasione per
prendersi gioco di leggi e regolamenti. La Capitaneria, di domenica, è
chiusa, quindi nessun problema allo sbarco. Il permesso di soggiorno per
8 giorni rinnovabile è d'obbligo per chi approda in Italia da una barca
da diporto. Il resto va da sé ... l'attesa delle pratiche è diventata un
gioco nelle cento necessità della felice convivenza da clandestini in
Italia. Alla faccia della Costituzione italiana tanto pubbli cizzata e
così poco applicata.
(Stefano De Pietro)
Ho lavorato per un po' di anni in sicurezza, avendo seguito la Direttiva Seveso
sui rischi di incidenti rilevanti, fino a vedere l'invenzione della 626/94 con
la quale condivido la data di nascita (...), e tutta la normativa conseguente,
sia impiantistica che organizzativa.
Volendo riassumere, l'importante oggi in Italia è che ci sia un responsabile
dell'infortunio, non che il ferito venga evitato. Altrimenti non si capirebbe
come mai nei cantieri si continui a lavorare col morto, come si fa a briscola
chiamata.
Lo stesso vale per i giornali, che pubblicano di sicurezza solo quando
succede qualcosa, tra l'altro solo se di importanza rilevante. Sarei più
felice di veder censurate le notizie sui morti a fronte di un
redazionale mensile sulla sicurezza, su quello che può accadere se non
si lavora "bene", insomma formazione e informazione invece che
repressione. Guardatevi intorno e vedrete un operaio (nazionalità poco
importa) che salda con la mascherina regolamentare, mentre il compagno
lo guarda al lavoro senza nessuna protezione, passanti compresi.
Mi piacerebbe ad esempio che negli uffici di una Asl (di una Asl!) i
monitor 21 pollici fossero impostati con un "refresh a 100 Hz" ... non è
chiaro nemmeno al giornalista che ci sta davanti tutto il giorno? Beh,
non date la colpa a me. Comunque si eviterebbe quello strano e
incomprensibile mal di testa la sera
(http://www.hwinit.it/guide/vsync/).
Per demolire i muri del mio appartamento, scartando i piccoli artigiani
edili che non davano garanzie in tal senso, mi sono affidato ad una
piccola azienda che vantava di lavorare per le Coop e per il Comune,
munita di assicurazioni varie. Si sono poi presentati due ragazzi
sbarbatelli, uno ecuadoriano e uno algerino, con in mano un martello.
Elmetto, guanti, pala, scala, occhiali, angolare munito di protezioni, e
soprattutto ragionamento prima di muovere le mani sono stati forniti dal
sottoscritto. Avrei potuto mandarli a casa, invece mi son reso conto che
evidentemente il mercato del lavoro è questo, e che cambiare azienda non
avrebbe cambiato le cose.
La convinzione che gli era stata instillata, e non erano i primi, era
che se si fossero fatti del male "tanto" io non ne sarei stato
responsabile. Ora, a parte che questo non è vero per la legge, comunque
mi aveva lasciato esterrefatto il concetto ben radicato in loro che
tanto non succede nulla, e che comunque si sa che lavorando ci si fa
male. Quindi mi sono messo a rincorrerli perché questo non accadesse
"almeno" in casa mia.
La soddisfazione è stata che il ragazzo ecuadoriano, dopo tre giorni di
obblighi, si è deciso a chiedermi i guanti e gli occhiali prima di
tagliare un tubo. Credo di avergli trasmesso, almeno per un po' di
tempo, quello che gli interventi formativi di legge non sono riusciti a
fare: il rispetto di sé stesso.
A proposito: il loro datore di lavoro mi ha guardato come se fossi un
imbecille. Speriamo che non debba mai rispondere di fronte ad un giudice
per la morte di un simpatico ragazzo ecuadoriano.
(Stefano De Pietro)